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- Collezione: CIRSDe
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Genitorialità e malattia oncologica: un’analisi qualitativa dei vissuti materni e delle strategie di coping
Il presente lavoro indaga l’impatto di una malattia oncologica sulla percezione di sé come genitore, sulla vita quotidiana e sulle dinamiche familiari, con particolare attenzione al vissuto di donne madri affette da tumore al seno o ovarico.
Il quesito centrale che guida la ricerca è il seguente: come si ristruttura il ruolo materno quando la donna, tradizionalmente investita della funzione primaria di cura all’interno della famiglia, si confronta con una malattia potenzialmente invalidante come il cancro, che comporta trasformazioni radicali sia a livello corporeo sia psichico? L’obiettivo è comprendere le implicazioni sociali, emotive e relazionali della malattia oncologica, esplorando anche le strategie di coping, interne (risorse personali, resilienza, elaborazione del significato dell’esperienza) ed esterne (supporto familiare, reti amicali, aiuti istituzionali), adottate per fronteggiare le sfide poste dalla cronicità e dalla cura e le risorse personali e familiari delle donne affette da cancro che possono giocare un ruolo cruciale nell’affrontare questa condizione. Queste strategie emergono come dispositivi fondamentali per la gestione della quotidianità e per il mantenimento di una certa continuità nel ruolo genitoriale. Particolare attenzione è stata rivolta al tema della conciliazione tra lavoro e vita familiare, dimensione che si fa ancora più complessa quando entra in gioco la malattia, rendendo evidenti le tensioni tra aspettative sociali e limiti fisici ed emotivi. Per indagare tali fenomeni, è stato adottato un disegno metodologico qualitativo, basato sull’utilizzo di interviste semi-strutturate. Questo strumento ha consentito di raccogliere le narrazioni di 13 madri, residenti a Torino o nella provincia di Torino, affette da tumore al seno o ovarico, permettendo un’analisi approfondita delle dimensioni soggettive e simboliche dell’esperienza oncologica. Le interviste, flessibili nella struttura, hanno consentito di cogliere le specificità di ciascun vissuto, favorendo l’emersione di significati e pratiche altrimenti invisibili nei contesti clinici. Le aree indagate sono state molteplici e hanno riguardato la varietà di aspetti della vita delle pazienti oncologiche: le emozioni associate alla diagnosi, le trasformazioni identitarie, la relazione con i figli, il rapporto con il partner e le modalità di interazione con il sistema sanitario. In sintesi, lo studio mostra che la gestione della malattia oncologica all’interno della famiglia è un processo complesso che richiede un equilibrio tra risorse interne ed esterne. Le famiglie devono riorganizzare i loro ruoli quotidiani, cercare supporto esterno per alleggerire il carico economico e psicologico, e fare sacrifici sul piano lavorativo e pratico per rispondere alle esigenze di cura della paziente. Le risorse e le strategie messe in atto sono fondamentali per affrontare la difficoltà del percorso oncologico e per supportare la madre malata nel suo percorso di cura. I primi due capitoli dell’elaborato offrono un inquadramento teorico e bibliografico e presentano dati epidemiologici sul fenomeno oggetto di studio. Il terzo capitolo espone il metodo di ricerca e riporta i risultati delle analisi di interviste condotte con un gruppo di donne madri con neoplasie.
Clementina De Como, una sconosciuta femminista e testimone del Risorgimento
L'istitutrice Clementina De Como, nata a Bonnieux, in Provenza, nel 1803 e morta a Torino nel 1871, ci presenta, attraverso la sua autobiografia originale e pressoché sconosciuta, il suo percorso, prima come religiosa presso una congregazione in Francia, poi come donna libera in Italia. I due volumi, intitolati Émancipation de la femme, pubblicati in lingua francese a Torino, nel 1853, e ripubblicati in stampa anastatica nel 2009-2010, raccontano con molta chiarezza quale significato attribuisce la scrittrice al termine emancipazione. Infatti, anticipa di quasi un decennio le opere pionieristiche del femminismo francese, come La femme affranchie (1860) di Jenny d'Héricourt, e italiano, come «La donna» e i suoi rapporti sociali (1864) di Anna Maria Mozzoni, denunciando l'assenza di diritti delle donne e proponendo di migliorare la condizione femminile. Le sue memorie offrono anche una preziosa testimonianza dei rivolgimenti politici del XIX secolo, sia in Francia sia in Italia. In particolare, descrive eventi politici cruciali del Risorgimento, come le Cinque Giornate di Milano del 1848 da un punto di vista personale e originale.
Corpi interconnessi. Teorie e politiche dell'interdipendenza
L’elaborato indaga il concetto di interdipendenza adottando un approccio femminista e intersezionale, con l’obiettivo di sostenere una visione relazionale dell’esistenza, in cui ogni corpo è connesso ad altri corpi. Prendendo le mosse da una critica al carattere individualista del neoliberismo contemporaneo, il riconoscimento dei legami che attraversano i corpi umani e non umani viene identificato come un possibile schema interpretativo per rispondere alle crisi economiche, socio-politiche e ambientali. Il primo capitolo esplora le forme di interdipendenza che uniscono gli esseri umani prendendo in considerazione l’intreccio delle molteplici forme di oppressione esistenti; questa riflessione viene estesa successivamente a un orizzonte più ampio, una rete multispecie che coinvolge le varie forme di vita con le quali coabitiamo sul pianeta. Nel secondo capitolo vengono presentate due correnti di pensiero fondate sull’interdipendenza: la filosofia della cura, che promuove una trasformazione politica capace di valorizzare la cura come paradigma sociale orientato al benessere collettivo, e l’ecofemminismo, che evidenzia i nessi tra il dominio patriarcale e lo sfruttamento ambientale e animale. Il terzo capitolo illustra infine alcune pratiche concrete, tratte dalle politiche dei commons e dall’ecopedagogia, capaci di tradurre in azioni concrete il riconoscimento di questa vasta rete di connessioni. L’elaborato intende dare prova della necessità di accogliere i legami di interdipendenza che ci attraversano per poter ripensare le nostre relazioni e ideare forme di convivenza basate sulla cura, sulla collaborazione e sulla sostenibilità.
Un sesso cattivo? Costruire il consenso all’interno del lavoro sessuale autonomo in Italia
Attraverso l’impiego di una prospettiva autoetnografica collaborativa e di una pluralità di tecniche qualitative, la ricerca esplora i significati attribuiti al consenso e al sesso commerciale da parte di clienti e sex worker in Italia. Adottando un framework teorico volto ad evidenziare come i discorsi sui ruoli di genere e i differenti sistemi di regolazione degli scambi sessuo-economico possano partecipare alla qualificazione dello status sociale e alla riduzione delle possibilità d’azione di chi svolge lavoro sessuale, il presente contributo, focalizzandosi sul consenso, un tema ancora poco investigato nella letteratura sul lavoro sessuale, si propone di rintracciare quali siano gli elementi che nutrono l’interazione tra sex worker e clienti all’interno del particolare regime abolizionista che vige in Italia. Analizzare il modo in cui clienti e lavoratori/lavoratrici si pongono di fronte ai confini e alle richieste avanzate all’interno dell’interazione permette in questa sede di osservare come le aspettative socio-culturali connesse al sesso commerciale e ai ruoli di genere intervengano nella produzione, e ri-produzione, di dinamiche di potere legate al genere, alla classe e all”’etnia” di appartenenza.
Invisible Bodies and Alternative Futures: Data, Embodiment, and Resistance in the Age of AI
In the age of digital technologies, the increasing integration of Artificial Intelligence and data-driven systems deeply impacts how body-subjects are categorized and controlled. This master’s thesis explores how datafication through Artificial Intelligence reshapes the constitution of subjectivity, which reduces its complex interplay of individual and structural identificatory layers to a fragmented, for machines processable pixelation. Particular attention is given to the digital and lived realities of marginalized groups, who are disproportionately affected by the reinforcement of existing societal structures of oppression. By drawing on feminist, post-humanist, and neo-materialist theories, it investigates the process of digital disembodiment and analyzes contemporary activistic projects as well as artistic works, in order to reveal how digital systems invisualize marginalized bodies while simultaneously surveilling and over-exposing them in controlled spaces. Consequently, the concept of digital disembodiment is critiqued not as a true separation of the body from digital environments but as a mechanism to manage and control these bodies. In the second part, the thesis highlights how activistic counter-movements act as re-embodiment practices with the aim of reclaiming agency and imagining alternative futures. These speculative practices, including Afrofuturism and queer disidentification, challenge normative identities and offer new perspectives. They ultimately are being used as the foundation for feminist art projects that envision new techno-imaginaries that transcend existing structures and advocate for a future in which technological innovation strengthens diversity and the redefinition of human embodiment.
“La memoria che ci renderà completi”. Ricerca identitaria e riscrittura postcoloniale nei memoir di Igiaba Scego e Assia Djebar
L’elaborato indaga le modalità attraverso le quali Igiaba Scego e Assia Djebar, due autrici legate a diversi ambienti di dominazione coloniale e appartenenti a differenti contesti storici, letterari e linguistici, sono state in grado di utilizzare la propria voce ed esperienza personale come veicolo di espressione non soltanto individuale ma di intere comunità marginalizzate, con un’attenzione particolare nei confronti delle donne. Per fare ciò, si è utilizzato il metodo della comparazione tematica, approfondendo il modo in cui le scrittrici, nei loro testi più strettamente autobiografici (Cassandra a Mogadiscio e L’Amour, la fantasia), si sono relazionate con alcune questioni chiave della riflessione sulla soggettività postcoloniale: lo statuto identitario, il rapporto con il corpo, la ricostruzione memoriale, la scelta della lingua e le relazioni tra scrittura e altri linguaggi. Per comprendere al meglio le potenzialità e le novità dei libri analizzati, la trattazione è stata condotta a partire da una prospettiva intersezionale e all’insegna dell’ibridismo tra generi letterari.
Chi è la madre? I criteri normativi per l’attribuzione della maternità
Il presente elaborato, che costituisce l’estratto di una più ampia tesi di dottorato, ha l’obiettivo di rispondere alla domanda di ricerca “Chi è la madre?” attraverso l’analisi dei tre criteri che possono giustificare l’attribuzione della maternità all’interno dell’ordinamento giuridico italiano: l’elemento biologico della gestazione e del parto, l’elemento intenzionale dato dalla volontà di essere e diventare madre e, infine, l’elemento genetico dato dalla contribuzione con il proprio gamete. Il lavoro di ricerca è partito dalla consapevolezza che è ormai pacificamente ammesso che possano giuridicamente coesistere più “maternità” in relazione alla stessa prole. Tuttavia, occorre chiedersi come – in caso di conflitto– tali maternità si pongano tra di loro e quindi quale prevalga. In ragione di ciò, è stato svolto anche un lavoro di comparazione tra i criteri sopracitati, al fine di comprendere se possa ritenersi esistente una sorta di ordine gerarchico tra i medesimi.
Dal punto di vista metodologico la ricerca ha considerato, anzitutto, il diritto positivo e il diritto vivente della filiazione. A tal fine, oltre alla giurisprudenza nazionale, grande attenzione è stata rivolta alle pronunce della Corte Europea dei Diritti Umani. La mappatura e l’analisi delle fonti ha poi superato, in taluni punti, i confini disciplinari del diritto civile della famiglia, estendendosi in particolare al diritto del lavoro, al fine di individuare le maternità protette nel settore giuslavoristico, ma, soprattutto, di rilevare, anche in tale ambito, i criteri per l’attribuzione della maternità legale. Ancora con riferimento alla metodologia, dunque, l’approccio alla ricerca è stato, per quanto possibile, interdisciplinare con riferimenti anche alla sociologia e agli studi di genere.
Coltivare la vita: la riproduzione medicalmente assistita e le sue sfide
La riproduzione medicalmente assistita è un ambito che si configura come doppiamente riproduttivo: riproduce, con l’unione di pratiche, strumenti tecnici e componenti biologiche, la generazione umana, e, simultaneamente, produce soggettività, ruoli di genere, corpi e visioni del mondo (Franklin, 2013). In questo senso, è portatore tanto di conservazioni quanto di trasformazioni, in particolare per quanto riguarda quattro dimensioni, fortemente interrelate: la storica dicotomia natura/cultura, il genere, la parentela e la cura. Il seguente elaborato vuole, quindi, indagare queste molteplici (ri)produzioni, materiali e simboliche, interrogando un punto di vista specifico, ovvero quello del personale sanitario implicato, all’interno del contesto italiano, con le sue peculiarità socioculturali e legislative. Considerando la riproduzione medicalmente assistita come un processo sociopolitico, storicamente e culturalmente informato, frutto di negoziazioni e contrattazioni delle stesse nozioni di corporeità, di vita, di riproduzione, di parentela e delle possibilità della biomedicina, quali sono le variabili che agiscono e subentrano nei discorsi e nelle pratiche degli operatori e delle operatrici sanitari/e? Come rappresentano e significano e quali funzioni attribuiscono alle pratiche da loro svolte, alle esperienze vissute e alle relazioni con le coppie? In quali modi si realizza e quali aspetti si intersecano, quindi, nella «costruzione clinica della realtà» (Taussig 1980, 12-13) – ad esempio, delle esperienze, dei corpi, delle sostanze riproduttive, dei generi - nell’ambito della riproduzione medicalmente assistita in Italia?
Stupro, guerra e donne: uno studio sulla percezione sociale della conflict-related sexual violence
War has been, and still is, highly characterized by sexual violence. The present work takes a cue from the testimonies of victims of Conflict-Related Sexual Violence narrated by Lamb (2020) in “Our Bodies, Their Battlefield: What war does to Women” since, as the author writes, “You won’t find these women’s names in the history books or on the war memorials that we pass in our railway stations and town centres but to me, they are the real heroes.” (p.11).
Although war rape has existed for as long as conflicts themselves have existed, the legislative relevance of this crime as a crime against humanity, as a weapon of genocide, and as a war crime, only came into existence following the establishment of ad hoc international criminal tribunals for the former Yugoslavia and Rwanda.
Understanding the origin of sexual violence in armed conflicts is very complex as it is the result of multiple variables: from cultural norms to complex political and war strategies. Rape is often committed to terrorizing the population, breaking up families, destroying communities and even changing the ethnic composition of the next generations.
Many studies have focused on the socio-political analysis of this reality and the consequences at individual, social, and community levels. Few, however, have investigated the social perception of this issue. The main purpose of this exploratory research is to investigate whether people's perception of sexual violence can be influenced and modified by the war context in which this violence occurs, since, as Frese and colleagues (2004) point out, the characteristics of the context in which the violence occurred influence the participant’s perception of the event. In particular, the focus was on the recognition of the event as violence, the perception of severity, and the punitiveness of the perpetrators.